venerdì 3 maggio 2013

My Name is Nobody


 
Se il mercato discografico è in crisi, non è certo colpa della musica. Il problema è solo riuscire a intercettare quella buona, filtrandola dalle migliaia di proposte che il negozio più fornito al mondo, la rete, propone ogni giorno. Infatti, dalle sua larghe maglie, troppo spesso, scappano dischi che avrebbero meritato molta più attenzione. E’ il caso, ad esempio, dell’album  The Good Memories, dei My Name Is Nobody, band fondata dal bretone Vincent Dupas. 
Il suo folk, che a tratti tanto ricorda quello del compianto Jason Molina dei Magnolia Electric Co. e di tutti quei cantautori minimali come Elliot Smith che hanno lasciato un segno profondo, vive dello stesso commovente candore. Una cifra stilistica che ha prodotto, in più passaggi storici, una serie impressionante di dischi dal grande impatto emotivo. Un po’ per la rarefatta e dilatata bellezza sui cui poggiano canzoni capace di grandi suggestioni visive, un po’ per l’oggettiva classe di cui dispongono i suoi compositori.
Solo un gruppo che ha nel proprio dna la capacita di fare propria la magia degli strumenti acustici per cavalcare onde sonore di maestosa bellezza, riesce poi a scrivere canzoni come The Impossible Stroll e The Delivery Man. E che l’impronta sonora di questo gruppo francese affondi inevitabilmente nel fertile terreno delle radici, lo si scopre subito con piacere. Insomma, se la buona musica germoglia frutti che ha un gran gusto come questo, a noi non resta che gustarlo senza scartare il seme americano che l’ha generato.

sabato 6 aprile 2013

La Joan Baez del vino

Non si raccontano canzoni in questo libro. Eppure la musica, anche quando si parla di vino, arriva sempre. Non tanto perché il titolo di questo libro si ispira in parte al celebre brano di Aretha Franklin, (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, o perché l’editore, Fandango, è anche un’etichetta musicale. Piuttosto perché il percorso dell’autrice è simile a quello di un cantautore che scrive canzoni con il cuore. Arianna Occhipinti è la Joan Baez del vino: autentica, sincera, naturale.
Poteva scegliere qualunque destino possibile, invece, a soli 22 anni, ritornò nella sua amata Iblea, la regione da cui molti siciliani, nei decenni passati, se ne andarono per sempre. Scelse un mestiere maschile e antico per esprimere al meglio la sua forza di giovane donna: il viticoltore. Oggi Arianna ha 30 anni e il suo vino naturale è considerato tra i migliori al mondo.
Questo volume è un diario sentimentale, un viaggio attraverso le tappe della sua avventura di wine maker, le persone che le hanno insegnato a lavorare la terra, quelle che hanno sostenuto il suo vino, gli affetti che l’hanno fatta crescere. Natural Woman è la storia dell’appassionata convinzione che nel Frappato, nel Nero d’Avola e nel Cerasuolo che produce ci siano la determinazione, la gioia, la ruvidità e la fragilità di una ragazza che sta ancora maturando, ma anche le contraddizioni e le rinunce, la fatica di sentirsi soli a contatto con una cosa grande come la terra. In fondo, l’idea che il vino non possa essere altro che qualcosa di naturale e vivo. Come la buona musica.

giovedì 28 marzo 2013

Brother Jason


E' molto tempo che non scrivo per questo blog. L'ho mantenuto in vita solo con qualche articolo che avevo voglia di condividere anche da queste parti. Quelli un po' freddi che si scrivono per i giornali. A riportarmi qui è stato Jason Molina, la cui morte mi ha colpito profondamente. Troppo facile, ora, dare la colpa all'alcol, che sarà sicuramente una brutta bestia, ma a consumare Jason è stata la solitudine.
Giusto 10 anni fa, iniziando la recensione dell’album dei Songs:Ohia “The Magnolia Electric Co.”, perdonate l’autocitazione, scrivevo: “d’altronde Jason Molina è un cantautore estremo, che affronta le canzoni con un atteggiamento da eremita, anche quando si trova a condividerle con il mondo”.
Era così, non c’è dubbio. E questa sua indole introversa lo ha accompagnato fino alla fine. Josephine, un disco profondo, amaro, con sprazzi di luci e tenebre, è la sua ultima testimonianza musicale che ricordo, un disco meraviglioso in cui probabilmente aveva riposto nel 2009 le sue ultime speranze. Ma ancora una volta della sua musica se ne sono accorti in pochi. Il suo grido disperato, lancinante, estremo non è servito a nulla. Tra una clinica e l’altra, nella vana ricerca di disintossicarsi, Molina aveva trovato ancora la forza per qualche canzone, quelle dell’ep Autumn Bird Songs. Poi si era persino appellato ai quei pochi che lo avevano capito in cerca di aiuto: Jason non aveva nemmeno i soldi per pagarsi l’assicurazione sanitaria, ed è morto da solo nella sua casa.  
Un mio caro amico, uno che di cuori se ne intende, dice che musica e tristezza se ne vanno speso in giro insieme. E' vero, è sicuramente così. Solo che la tristezza che sta nelle buone canzoni, come in quelle di Jason, spesso ci ha salvato la vita. Vero Fausto? Vero Paolo? Anche tu lo sai. Noi, invece, non siamo riusciti a salvare la sua. E un po’ si, mi sento in colpa. La sua sconfitta è un po’ la nostra. Perché quando un uomo muore così, abbiamo perso tutti. Anche chi non conosceva le sue canzoni.

For you to sing that song again
the one you were singin at the very fall of man
it ain't hallelujah but it might as well have been
sing it brother one more time
sing it sister one more time
once for everybody who got left behind

Billy Bragg, Tooth & Nail


Per molti Billy Bragg è un mito. Per gli inglesi, a cui non ha mai risparmiato feroci canzoni, Take down the Union Jack, da England, Half English, tanto per citarne una, addirittura un patrimonio nazionale. Lui, incurante dei complimenti, o delle lusinghe, e tanto meno di chi lo ha dimenticato,  come si dimentica tutto ciò che è scomodo, ingombrante, diverso, prosegue dritto il suo cammino senza compromessi. Un “suddito” britannico che le ha cantate a tutti, pure alla sua regina, naturalmente.
Billy è un artista che ti trasporta oltre le sue canzoni rabbiose, schierate, forti, intelligenti; Billy è facile immaginarlo con un megafono in mano mentre sbraita sotto Buckingham Palace o davanti al numero 10 di Downing Street. Lui, al contrario di Bono, che per sostenere le sue cause si siede al fianco dei potenti, preferisce camminare in piazza insieme ai minatori, entrare nelle prigioni a portare uno chitarra a chi merita ancora un briciolo di dignità. Ad affiancarlo nella sua ultima fatica discografica, Tooth & Nail, è arrivato Joe Henry, una sorta di Mr. Magorium della canzone.
E dalla loro bottega delle meraviglie, ecco uscire un’altra fantasticheria musicale con undici inediti e un meraviglioso omaggio a Woodie Guthrie, di cui Billy reinterpreta l’immortale I Ain’t Got Non Home. E che questo sia un disco profondamente dedicato alle radici americane, lo dimostra anche il fatto che Bragg si è dato pure l’accento di laggiù. E se ogni tanto se ne dimentica, glielo si perdona a questo vecchio testardo anglosassone.

martedì 19 marzo 2013

Free Pussy Riot


Si può ancora finire in carcere per una canzone di protesta? Chiedetelo alle Pussy Riot, rinchiuse in prigione per aver cantato una preghiera avvelenata contro il regime di Putin. Due di loro stanno ancora scontando una condanna a due anni in una galera russa per avere, secondo i giudici che le hanno condannate, “urtato la sensibilità dei credenti”. 
Un gesto politico trasformato in religioso da un tribunale e subito diventato un caso che ha scosso le coscienze di tutto l’Occidente: il Time le ha messe in copertina e candidate a “personaggio dell’anno”, artisti come Madonna e Bjorg hanno espresso pubblicamente la loro solidarietà. Il grido “Free Pussy Riot”, lanciato anche da Yoko Ono, è diventato il titolo di un libro (Editori Internazionali Riuniti) che attraverso la pungente penna di Alessandra Cristofari, con la bella prefazione di Sabina Guzzanti, riassume la vicenda delle tre giovani artiste russe.  
Attraverso un fatto di cronaca, un viaggio attento all’interno di un paese il cui processo di democratizzazione è ancora lontano dall’essere compiuto. Dylan molti anni fa cantava Blowin’ In The Wind, ma soprattutto The Times They Are A-Changin', canzoni respinte per decenni dall’implacabile  cortina di ferro che divideva l’est dall’ovest. Pensare di ricorrere ancora alla censura, nell’era di internet e della globalizzazione, tappando le bocche, spegnendo le chitarre, appare quanto meno inutile. La musica è come il vento, non si ferma con le mani. E nemmeno mettendola dietro le sbarre. 

giovedì 21 febbraio 2013

I cupi ricami dell'alta sartoria musicale di Ron Sexsmith


Questa volta il viso da eterno bambino di Ron Sexmith è profondamente segnato come le canzoni  del suo nuovo album. Arrivato al tredicesimo capitolo della sua raffinata produzione discografica, Ron è cupo; troppe sofferenze fisiche hanno segnato gli ultimi anni della sua vita. Sono passati più di due lustri da quel piccolo capolavoro di Blue Boy, dall’incanto sonoro di canzoni come Cheap Hotel. L’anno successivo, era il 2002, arrivò Cobblestone Runway, un altro ottimo album sostenuto da quel Chris Martin che aveva appena iniziato a portare in vetta i suoi Coldplay.
L’abbraccio di molti nobili colleghi non gli è mai mancato, lo hanno sorretto con affetto perché la sua musica delicata e sincera lo merita da sempre. Queste nuovo disco, dicevo, lo riporta tra noi con quella disillusione a cui il passato più recente l’ha costretto, e quello che l’artista canadese ci consegna è un lavoro in qualche modo definitivo, come forse il titolo stesso del cd, Forever Endeavour, suggerisce.
Le linee sonore sono quelle di sempre, piccoli ricami d’alta sartoria cuciti dalla sua bella voce, inconfondibile e amara. E’ dai testi, dai temi trattati, che emerge quel dolore che in alcuni passaggi come Sneak Out The Back Door arriva a toccare anche la morte. Grazie a Dio Ron è sopravvissuto e con lui tutta la fierezza di una canzone d’autore che, pur non avendo mai toccato i vertici del successo, rimane un bene prezioso di cui è difficile fare a meno. E Nowhere to Go è solo il primo indizio per arrivare a un nuovo tesoro.
 

giovedì 31 gennaio 2013

Gaber se fosse Gaber di Andrea Scanzi a Bellinzona


A dieci anni dalla scomparsa di Giorgio Gaber, l’omaggio di Andrea Scanzi, giornalista, scrittore, opinionista catodico e, non meno importante, sommelier con il buon vizio per il vino naturale, acquista quest’anno ancora più forza e spessore. Il motivo è molto semplice: lo spettacolo di Scanzi, che da tempo gira l’Italia prodotto dalla Fondazione Gaber, è quanto di meglio si possa pensare per ricordare il lavoro di Gaber e Luporini. 
I tributi, che di questi tempi si sprecano, anche i più alti, leggi Fazio a “Che Tempo che Fa”, non fanno altro che dimostrare, ancora una volta, che confrontarsi con Gaber, cantandolo o peggio imitandolo, è un’operazione inutile e pericolosa. Se ne esce sempre sconfitti. Diversamente, il recital di Scanzi ha la forza di chi, conoscendo profondamente Gaber, lo racconta lasciandolo protagonista del suo teatro canzone, di un cammino artistico che ha accompagnato tre decenni di storia italiana. “Gaber se fosse Gaber” parte dagli anni ’70, da quella fuga dalla televisione che portò Giorgio a dar vita a una delle avventure teatrali più intense che si conoscano.   Filmati e immagini, elementi  fondamentali dello spettacolo, si intrecciano a un racconto appassionato, puntuale e scorrevole, grazie al quale Scanzi cattura il pubblico per condurlo nell’universo gaberiano. Una terra controversa, attraversata nel tempo dalla passione rivoluzionaria per la politica, dal disimpegno, dall’indignazione e dalla disillusione. 
Quello di Scanzi è un lavoro paragonabile per impegno e sincerità a quello di un testimone che ha saputo ricostruire, con onestà intellettuale e contagioso trasporto, una storia e la grandezza dei suoi contenuti. Anche quando dalle sue pagine emergono fragilità umane, dubbi, domande senza risposte. Questo è un anno in cui il carro gaberiano sarà particolarmente affollato, si riempirà di nuovi ammiratori. Di certo quelli che lo sono da sempre apprezzeranno il rigore di questo show; coloro invece che vogliono approfondire la materia sappiano che non troveranno trucchi ruffiani per farla piacere. Il Gaber di Scanzi è come se fosse Gaber. Come deve essere, niente di più. 

Lunedì 4 febbraio in scena, alle 20.45, al Teatro Sociale di Bellinzona in Canton Ticino, ingresso 10 franchi. 

mercoledì 30 gennaio 2013

L'ultima volta

Credo di aver pensato di scrivere un post su questo tema decine di volte. Il pensiero dell'ultima volta, di fare una cosa per l'ultima volta senza sapere che sarà l'ultima, mi ha sempre, al tempo stesso, ossessionato e affascinato.
Molte volte, senza che ce ne accorgessimo, è capitato: l'ultima volta che giochi una partita a pallone, che abbracci tua madre, che vedi un amico, che ascolti una canzone o guardi un film. L'ultima volta in quella casa in Valsolda.
In questi giorni, preparando una puntata di Vini e Vinili in cui parliamo di Francesco Guccini e del suo vecchio album via Paolo Fabbri 43, bevendo Sangiovese, sono andato a riguardarmi un po' di cose su di lui. Tra queste, anche l'intervista che ha fatto con Fabio Fazio a "Che Tempo che fa" lo scorso dicembre per presentare L'ultima Thule.
Con grande stupore, scopro che Francesco, nel suo ultimo disco che non avevo ancora avuto il tempo di ascoltare, ha scritto una canzone, L'ultima volta, che parla proprio di questo argomento. 
Guccini lo ha fatto solo ora perché sapeva, questa volta si, che non ci sarebbe stata un'altra occasione per parlarne, per fissare simbolicamente l'innocenza delle nostre "ultime volte". 
Non lo so, ma sapere che un mio pensiero ricorrente sia diventato una canzone di Francesco mi ha fatto sentire meno solo. 

Quando è stata quell'ultima volta
che ti han preso quei sandali nuovi
al mercato coi calzoni corti
e speranza d'estate alla porta
ed un sogno che più non ritrovi
e quei sandali duravan tre mesi poi distrutti in rincorse e cammino
quando è stata quell'ultima volta
che han calzato il tuo piede bambino
lungo i valichi dell'Appennino.
Quando è stata quell'ultima volta
che ti ho vista e poi forse baciata
dimmi adesso ragazza d'allora
quando e dove te ne sei andata
perchè e quando ti ho dimenticata.
Ti sembrava durasse per sempre
quell'amore assoluto e violento
quando è stato che finito il niente
perchè è stato che tutto si è spento
non ha visto nemmeno settembre.
Quando è stata quell'ultima volta
che hai sentito tua madre cantare
quando in casa leggendo il giornale
hai veduto tuo padre fumare
mentre tu ritornavi a studiare
in quei giorni ormai troppo lontani
era tutto presente e il futuro
un qualcosa lasciato al domani
un'attesa di sogno e di oscuro
un qualcosa di incerto e insicuro.
Sarà quando quell'ultima volta
che la vedi e la senti parlare
quando il giorno dell'ultima volta
che vedrai il sole nell'albeggiare
e la pioggia ed il vento soffiare
ed il ritmo del tuo respirare

che pian piano si ferma e scompare.



giovedì 17 gennaio 2013

Rock in Love


Una cosa è certa, Laura Gramuglia ha scritto questo libro con la stessa passione con cui i protagonisti hanno vissuto le loro vicende sentimentali. “Rock in Love” raccoglie e racconta 50 storie d’amore a tempo di musica, vissute all’interno di una stagione che ha accompagnato almeno tre generazioni. 
Favola e follia probabilmente si annidano  all’interno di ogni coppia, ma quando si parla di musica rock, la ricetta si fa davvero esplosiva. Basti pensare al tanto inferno e poco paradiso vissuto da Jane Birkin e Serge Gainsbourg durante la loro lunga relazione, segnata più dalla sofferenza che dall’amore, da quella distruzione in cui si sono tuffati anche Pete Doherty e Kate Moss. 
Ma ci sono anche gli amori per sempre, quelli che solo la morte ha potuto fermare.  Pensiamo a John Lennon e Yoko Ono o Johnny Cash e June Carter che, come racconta bene Laura, non hanno mai smesso di specchiarsi l’uno nell’altra. In questo volume vecchi e nuovi eroi del rock sono messi a nudo di fronte a quelle stesse debolezze che molto raramente hanno permesso loro un happy end. 
D’altra parte il liete fine è poco rock, e quasi mai si concede alle grandi canzoni. Più dell’alcol e delle droghe poterono i grandi cuori infranti, altrimenti Bob Dylan e Nick Cave come avrebbero potuto scrivere Sara o Love Letter?