lunedì 7 aprile 2014

Il boss è vivo


Il boss è vivo, lunga vita al boss. Partiamo da questo appassionato augurio perché tributi di questa portata possono accendere facili tentazioni.  Toccato ferro, va detto che “A Musicares tribute to Bruce Springsteen”, evento live che si è svolto lo scorso anno a Los Angeles, si è immancabilmente trasformato in un colossale dvd.
L'ambientazione è un po' amena: una cena di gala, con un pubblico che ha fatto ingenti donazioni per essere lì ed è seduto ai tavoli. La conduzione è di Jon Stewart, ma qui contano le canzoni, quelle di Springsteen, interpretate da nomi di un certo peso.
Se Patti Smith è un quantomeno scontata nel concedere la sua ugola a Because the night, già Atlantic City con Natalie Maines, Ben Harper e Charlie Musselwhite fa tremare i bicchieri, così come My City of Ruins affidata a Mavis Staples e Zac Brown o I'm On Fire lasciata agli acclamati Mumford and Sons.

Brividi anche per American Skin (41 Shots) con la strana coppia Jackson Browne Tom Morello e per Elton John che si arrampica da par suo sulle strade di Philadelphia. Dancing in the Dark  si fa soul con John Legend, mentre Sting prova a ricordare il suo passato rock con Lonesome Day. Tutta un’altra musica quando l’immortale Neil Young, insieme a suoi Crazy Horse, si produce in un’incendiaria  Born in the U.S.A con l’intenzione  di prendere a schiaffi un'imbarazzante e improvvisata platea che sta al rock come un metalmeccanico a Wall Street.
Poi, come da una torta a una festa per ricconi, ecco Springsteen e la E Street Band che si producono in We Take Care of Our Own,  Death to My Hometown, Thunder Road, Born to Run, Glory Days. Ora, dopo il dolce, si può anche andare a casa. Magari ballando.  

martedì 18 febbraio 2014

Cody is back and sings Zevon


Sono passati più di 10 anni da quando ho visto Phil Cody in concerto. Aveva appena pubblicato Big Slow Mover, un buon disco prodotto da Ethan Johns. Dal vivo era stato strepitoso, la title track del nuovo album, Solana Beach Song e la cover di Straight To Hell dei Clash, dal precedente The Sons of Intemperance Offering, il suo strepitoso debutto del 1996, erano stati tra i momenti più interessanti della sua lunga performance. In assoluto un dei 5 migliori live visti All'1&35circa, un locale che fa grande musica da più di 20 anni.
Poi di Phil Cody, a parte la felice parentesi di Mad Dog Session, che recuperava nel 2002 alcuni brani inediti e qualche azzeccata cover, su tutte Splendid Isolation di Warren Zevon e  Viva Las Vegas di Mort Shuman, più nulla.
Per anni, come uno stalker, non ho mai smesso di cercarlo, sapendo che prima o poi la sua musica sarebbe tornata a farsi sentire. Di recente, grazie ai potenti mezzi di Twitter siamo tornati in contatto e dalla sua assolata Los Angeles, dove vive con la moglie e due bellissimi figli, mi ha scritto di essere al lavoro a due album: uno dedicato a Warren Zevon, suo (e mio) vecchio pallino, e un secondo di inediti. 
Bene, proprio in questi giorni si è concretizzato, per ora solo in forma digitale "Cody Sings Zevon" che trovate qui: http://philcody.bandcamp.com/.  Dodici canzoni interpretate con la voce e il gusto che da sempre contraddistinguono la musica di Phil Cody: Boom Boom Mancini, Roland The Headless Thompson Gunner, The Indifference of Heaven e tanti altri gioielli del grande tesoro musicale di Warren, un grande artista che ci ha lasciato poco più di dieci anni fa.
Ora aspettiamo il terzo album di inediti, con la quasi certezza che questo nuovo lavoro riporterà presto Cody in Italia con il suo doppio microfono. Il tuo "splendido isolamento" è finito, vero Phil?


martedì 11 febbraio 2014

A Winter's Tale, a project by Mattia Vacca


Mattia Vacca, fotogiornalista comasco, collaboratore del Corriere di Como e del Corriere della Sera, negli ultimi anni ha inanellato una serie di prestigiosi premi e riconoscimenti: Sony World Photography Awards, Royal Photographic Society Awards, Unesco Humanity Photo Awards, Renaissance Prize, New York Photo Awards, International Photography Lucie Awards, Foto 8 Summershow, Phodar Biennial, Hasselblad Masters.
La qualità dei suoi lavori è figlia del suo stile istintivo: le sue foto sono “sporche”. Tutto ciò che è perfetto non è vero, non è vivo; le opere di Mattia rappresentano la stupenda bellezza dell’imperfezione della realtà. Sapere cogliere l’attimo senza finzioni sceniche è una qualità che appartiene solo ai migliori fotogiornalisti, a quei professionisti che non possono permettersi il lusso di costruirsi un set prima di scattare.
La sua macchina fotografica diventa così un prezioso testimone, così unico che, per due anni di fila, Mattia Vacca è stato selezionato tra i 100 talenti più promettenti al mondo dalla rivista di riferimento del settore: “Foto8”.
Negli ultimi due anni Mattia ha lavorato per realizzare "A Winter's Tale", un progetto fotografico sul più antico carnevale della Alpi italiane, quello di Schignano. Da pochi giorni è stato attivato un crowdfunding per realizzare un libro che sarà curato da Emanuela Mirabelli (Photoeditor di MarieClaire). Gli autori dei testi, oltre al sottoscritto, sono la stessa Emanuela e Luca Galli.
La prima parte di questa storia è già stata premiata con due menzioni d'onore agli International Photography Awards a Los Angeles ed è stata selezionata tra i finalisti dell'Accademia Apulia Awards a Londra e del Picturing the World Family Awards a Sidney.
Se volete sostenere il progetto, poteto farlo da qui >>>

mercoledì 5 febbraio 2014

The Girl From The North Alabama

Ieri è stata una giornata di canzoni, tante canzoni. Quelle di Tim Buckley, in questa settimana in cui il mio libro parla di lui, in verità mi tengono compagnia già da un po'. Ed è bello ancora stupirsi della bellezza di Goodbye and Hello, di ogni lampo che illumina questi giorni grigi. 
"Ogni volta che c'è pioggia amore mio, ogni volta che c'è paura" canta Tim in quel capolavoro che è Phantasmagoria in Two. E di colpo penso a Laura Gramuglia, che ancora è convinta che ogni canzone parli di lei, altrimenti non avrebbe potuto scrivere un libro così bello come Rock in Love.
E ha ragione, perché le canzoni non solo parlano di noi, ma ci vengono anche a cercare ogni volta che abbiamo bisogno di loro. D'altra parte come fai a non avere mai bisogno di Once I Was?
Qualche giorno fa una bellissima canzone l'ha scritta anche Paolo Vites, si intitola Uncool e la trovate qui parla di Philip Seymour Hoffman. Non avevo ancora letto niente di così vero e pieno d'amore, nessuno aveva ancora scritto qualcosa di così onesto su di lui. E ieri avevo bisogno anche di questa canzone. 
Poi, prima che l'alba si riprendesse tutto, Alice, la mia "ragazza dell'Alabama", mi ha mandato la canzone più bella. E questa, non ci sono dubbi, parla proprio di noi, di quanto ieri avrei voluto camminare con lei sotto la pioggia dell'Alabama. E Alice sapeva che volevo ascoltarla ieri notte, che dovevo leggere quelle sue parole che parlano di abbracci, un po' come Into My Arms di Nick Cave
And I believe in love. And I know that you do too. Vero?

giovedì 30 gennaio 2014

Rock in Love, ecco il bis

Ciò che segue è quanto scrissi lo scorso anno in occasione dell'uscita di "Rock in Love". Andato esaurito, Arcana ha deciso di ristamparlo chiedendo a Laura 10 storie in più. Da febbraio sarà quindi in libreria con 60 storie d'amore rock.

"Una cosa è certa, Laura Gramuglia ha scritto questo libro con la stessa passione con cui i suoi protagonisti hanno vissuto le loro vicende sentimentali. “Rock in Love” raccoglie e racconta 50 storie d’amore a tempo di musica, vissute all’interno di una stagione che ha accompagnato almeno tre generazioni. 
Favola e follia probabilmente si annidano  all’interno di ogni coppia, ma quando si parla di musica rock, la ricetta si fa davvero esplosiva. Basti pensare al tanto inferno e poco paradiso vissuto da Jane Birkin e Serge Gainsbourg durante la loro lunga relazione, segnata più dalla sofferenza che dall’amore, da quella distruzione in cui si sono tuffati anche Pete Doherty e Kate Moss
Ma ci sono anche gli amori per sempre, quelli che solo la morte ha potuto fermare.  Pensiamo a John Lennon e Yoko Ono o Johnny Cash e June Carter che, come racconta bene Laura, non hanno mai smesso di specchiarsi l’uno nell’altra. In questo volume vecchi e nuovi eroi del rock sono messi a nudo di fronte a quelle stesse debolezze che molto raramente hanno permesso loro un happy end. 
D’altra parte il liete fine è poco rock, e quasi mai si concede alle grandi canzoni. Più dell’alcol e delle droghe poterono i grandi cuori infranti, altrimenti Bob Dylan e Nick Cave come avrebbero potuto scrivere Sara o Love Letter?


mercoledì 15 gennaio 2014

One Too Many Mornings

Quarant’anni dopo lo scandaloso Groupie, Jenny Fabian torna sulle sue memorie di “pupa della band”. Un nuovo volume per dipingere nuovi affreschi di quel mondo già ampiamente visitato dalla sua collega Pamela de Barres, in libri come Sto con la band, o da Cameron Crowe con il suo celebre Almost Famous.  
Oggi, la scrittrice inglese, costumata sessantenne con un turbolento passato da autentica “consolatrice dei musicisti” concepisce un secondo romanzo raffinato e maturo, scritto a due mani con Johnny Byrne, certamente più meditato e profondo del suo scabroso predecessore. Come in Groupie, anche in One too many mornings (espressione idiomatica per “un altro giorno è passato”, ma soprattutto titolo di una celebre canzone di Bob Dylan) i personaggi reali si celano sotto nomi fittizi, in un gioco di ambiguità e chiaroscuri che intriga e coinvolge dalla prima all’ultima pagina. 
Se Ben è Syd Barrett, come ormai noto, chi sarà Theo? E Gisela? E Pentron? Ma non c’è altro modo per scoprire le vere identità di Maxwell McKewan, Shultz e Billy che arrivare in fondo alla storia, quando si sarà consumato un altro di quei baccanali di sesso, droga e rock’n’roll che solo negli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta si potevano sperimentare. 
Edito da Arcana, il libro lambisce i bordi di quell’epoca estrema e irripetibile, quando l’amore libero si avviava al crepuscolo e non restavano che macerie, rimpianti e oblio. Un romanzo di accecante bellezza, pieno di euforia e decadenza, tutto in una vita, tutto in una storia. 

giovedì 26 dicembre 2013

What a Year

La cosa bella è che tutti questi dischi sono usciti anche in vinile. L'esempio simbolo è Fanfare di Jonathan Wilson, doppio vinile con cd. E allora, per festeggiare la definitiva resurrezione, a oltre vent'anni dal suo omicidio, vi propongo dieci 33 giri del 2013 in compagnia di un buon bicchiere di vino. Bevetene tutti.

1) 
Fanfare . Jonathan Wilson
Pinot Noir Alte Reben . Stepp & Gaul 
Per un disco così bello che profuma di anni '70, un vino tedesco che profuma di California.
Canzone simbolo Dear Friend.

2) 
Another Self Portrait . Bob Dylan
Rosso Gravner . Josko Gravner
La limited deluxe edition è una meraviglia che non finisce di stupire. Come i vini di Josko.
Canzone simbolo Spanish in the Loving Tongue

3)
Push the Sky it Away . Nick Cave
Barbaresco Roccalini . Cascina Roccalini
Nick è una garanzia, non sbaglia un colpo come il mio insostituibile amico Armadillo.
Canzone simbolo Jubilee Street

4) 
Tooth and Nail . Billy Bragg
Fontanasanta Manzoni Bianco . Foradori
Se ad alcuni dischi basta una canzone, ai i vini di Elisabetta è sufficiente il primo sorso.
Canzone simbolo No One Knows Nothing Anymore

5)
Let it All In . I Am Kloot 
Sassella Rocce Rosse . Arpepe
Per questi inglesi e questo Nebbiolo della Valtellina ho un debole da sempre.  
Canzone simbolo Let Them All In

6)
Trouble Will Find . National
Pinot Nero . Bressan
Raffinati e notturni fino all'ultima nota. Questo rosso è il loro cappotto nero.
Canzone simbolo Demons

7)
Wonderful, Glorius . Eels
Montepulciano d'Abruzzo . Cirelli
Da bere d'un fiato. Senza pensare alle tracce che lasceranno nelle vene il giorno dopo. 
Canzone simbolo Accident Prone

8)
Fisherman's Box . Waterboys
Pico - Maule
Artisti della Garganega e del Folk. Nati per stare insieme e farci stare meglio.
Canzone simbolo Fisherman's Blues

9)
Sylver, Gymnasium Okkerville River 
Bellotti Rosso . Semplicemente Vino
Entrambi giovani senza barare. A tratti persino frizzanti e colorati come gli anni '80.
Canzone simbolo It Was My Season

10) 
Midlake - Antiphon
Maquè Perricone . Porta del Vento
Un bicchiere di Sicilia per dimenticare che il "coraggio degli altri" era molto più alcolico.
Canzone simbolo The Old and The Young   

lunedì 23 dicembre 2013

How much beauty, Jesus Christ

E' curioso come quasi nessuno riesca più a cogliere la bellezza. Forse  è colpa nostra, di noi che scriviamo e non la sappiamo raccontare. O forse no. 
Ma in questo momento, in cui oltre alla bellezza ci rimane ben poco, non coglierla è un vero delitto. Ci penso spesso. 
Mi è capitato qualche settimana fa tornando dalla Valtellina, quando il Lago di Como mi ha regalato nuovi orizzonti, mi è capitato oggi con la voce di Nina Simone, mi è capitato ieri con Nebraska di Bruce Springsteen.
Ma soprattutto mi è capitato qualche sera fa con il Cristo di questa foto. Era sopra di me, in tutti i sensi, ovviamente. Mentre lo guardavo pensavo a un recensione che avevo letto a proposito di un altro lavoro di Marco Vido. 
Una di quelle recensioni che non ti fanno capire un cazzo dell'artista, ma tutto del suo recensore, di quanto  lui ne sa, di quanto scrive bene, soprattutto mentre si guarda allo specchio. Ma per arrivare al cuore e alla pancia dell'uomo, devi scrivere con in cuore o con la pancia. E invece quanti paroloni spesi a cazzo! Quante iperboli, quanto nulla! E quanta bellezza offesa dal narcisismo.
Ma siamo ancora in grado di prendere un pugno allo stomaco e di raccontare l'effetto che fa? Siamo in grado di farlo ancora segnati dai lividi, ancora vivi, ancora veri? Oppure siamo solo capaci di ricamare parole a cazzo tanto per riempire pagine bianche?
Non lo so, ma so che in giro c'è ancora gente capace di tirare cazzotti duri come quelli che Vido sa sferrare con le sue mani sporche di pece. 
Guardatevi intorno e lasciatevi colpire. 

giovedì 19 dicembre 2013

Chelsea Hotel


Un libro e due dischi per raccontare le leggende del mitico Chelsea Hotel di New York. Ovvero il luogo dove è passata buona parte della la storia del rock e della cultura pop del ‘900. A cimentarsi nell’impresa, il giornalista e scrittore Massimo Cotto insieme al cantautore ed ex leader dei La Crus Mauro Ermanno Giovanardi, qui coadiuvato dalla chitarra di Matteo Curallo.
Nato innanzitutto come uno spettacolo teatrale che ha girato - e continuerà a girare - l’Italia, “Chelsea Hotel” racconta con grande freschezza e capacità narrativa le vicende avvenute nello storico albergo che sorgeva nel quartiere bohemien di Manhattan, nelle cui stanze hanno trovato casa scrittori, musicisti, attori, divi e fan. Un luogo che ha testimoniato le tragedie e le creazioni immortali di grandi geni, spesso squattrinati e ospitati gratis.
La camera numero 100 non c'è più, ma i pellegrini del punk hanno continuato per anni a bussare per chiedere della stanza dove finì nel sangue la storia d'amore tra Sid Vicious e la sua Nancy. Se la  numero 822 è quella dove svernava Madonna, che una notte ospitò il pittore Jean-Michel Basquiat,  al piano di sotto, molti anni prima, strimpellava Bob Dylan, che aveva rubato il nome al poeta che proprio al Chelsea era morto alcolizzato, Dylan Thomas.
Ora che l’hotel non esiste più, ha chiuso il primo agosto 2011 per diventare un residence di lusso,  si può solo riviverlo attraverso gli appassionati ricordi di Cotto e le canzoni che Giovanardi interpreta divinamente.